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La pronuncia n. 12332 della Cassazione / Gtres

Autore:Redazione

04 giugno 2019, 10:47

Con la pronuncia n. 12332, la Corte di cassazione ha affermato che l’articolo 26 del Tuir, nello stabilire che i redditi fondiari concorrono a formare il reddito complessivo dei proprietari degli immobili indipendentemente dalla loro percezione, opera anche nel particolare caso di canoni di locazione non percepiti e usurpati.

Ma vediamo il caso in esame. L’Agenzia delle Entrate aveva richiesto il pagamento dell’Irpef relativa al canone di locazione di un immobile, del quale il ricorrente era proprietario al 50 per cento. L’immobile era stato concesso in locazione, a insaputa del ricorrente, dal comproprietario del bene, nipote del contribuente, dal quale inutilmente aveva cercato di ottenere il pagamento della quota di canone a lui spettante. Secondo l’ufficio impositore, il caso in questione trovava la propria disciplina in via analogica, rispetto a quanto previsto per la tassazione Irpef dei canoni di conduttori morosi, ai sensi dell’articolo 26 del Tuir.

Innanzi alla Ctp di Salerno il contribuente rappresentava di aver intrapreso un’azione legale civile nei confronti del nipote per il pagamento della metà del canone pattuito e riscosso a sua insaputa e che avrebbe provveduto all’adempimento dell’obbligazione tributaria, allo stato a suo avviso non sussistente, dopo il buon fine dell’azione legale civile. Ma secondo l’Amministrazione finanziaria i canoni di locazione in questione avrebbero dovuto essere dichiarati dal contribuente, indipendentemente dalla loro percezione. Una considerazione con la quale si sono trovate d’accordo sia la Ctp di Salerno che la Ctr, sezione staccata del medesimo capoluogo di provincia. Il contribuente ha così presentato ricorso in Cassazione, eccependo l’insussistenza dell’obbligazione tributaria in assenza di reddito e l’inapplicabilità dell’articolo 26 del Tuir al caso in questione, trattandosi non di canoni non corrisposti, bensì di canoni usurpati. Ma l’ufficio ha sostenuto la legittimità e la fondatezza del proprio operato, riconosciute anche dal Collegio regionale campano.

La Cassazione ha premesso che il disposto dell’articolo 26 del Tuir, in base al quale il contribuente è obbligato a dichiarare anche i canoni relativi alle mensilità non corrisposte, disciplina ogni fattispecie di mancata percezione dei canoni di locazione, qualunque sia la causa concreta della mancata percezione, salvi i correttivi previsti in caso di morosità del conduttore.

Secondo la Cassazione, la distinzione fra canone locatizio non riscosso e canone “usurpativamente” somministrato è del tutto “sterile” – nonostante il contrario avviso del contribuente – in quanto il reddito fondiario è ontologicamente legato alla titolarità del diritto reale, a prescindere dalla sua effettiva percezione. E ciò, nonostante sussista un diverso orientamento dello stesso Consesso che, con la sentenza 2771/2016, ha ritenuto il reddito derivante dalla locazione di un fabbricato come reddito diverso da quello fondiario e, quindi, imputabile al locatore, a prescindere dalla titolarità del diritto reale.

La Cassazione ha poi sottolineato che, tuttavia, se è evidente che, secondo gli articoli 25 e seguenti, Tuir, i redditi fondiari (dominicali, agrari e di fabbricati) sono parametrati a tariffe d’estimo (come previsto dagli articoli 28, 34 e 37, Tuir), è altrettanto innegabile che, per quanto concerne i redditi di fabbricati, sia l’articolo 26 che l’articolo 37 introducono, all’interno del testo, la variabile del reddito locatizio senza alcuna modificazione del criterio d’imputazione, che resta quella della titolarità del diritto reale. Ciò, a parere dei giudici di legittimità, rende sistematicamente impossibile estrapolare il reddito locatizio dal reddito fondiario e dalla sua disciplina, con conseguente legittimità del prelievo impositivo.

Nell’esaminare la giurisprudenza costituzionale di riferimento, è stato ricordato che la Corte costituzionale stessa ha avuto modo di stabilire che l’applicazione, al caso di specie, dell’articolo 26, non ne implica un’interpretazione costituzionalmente illegittima, in quanto, “la capacità contributiva, quale idoneità all’obbligazione di imposta, desumibile dal presupposto economico al quale l’imposta è collegata, può essere ricavata, in linea di principio, da qualsiasi indice rivelatore di ricchezza, secondo valutazioni riservate al legislatore, salvo il controllo di costituzionalità”.

Secondo il giudice costituzionale, in definitiva, il sistema del riferimento per la determinazione del reddito dei fabbricati al canone risultante dal contratto di locazione è del tutto eccezionale e deve armonizzarsi nel contesto di un sistema che pone la regola per cui i redditi fondiari concorrono a formare il reddito complessivoindipendentemente dalla percezione. Sicché esso potrà operare nel tempo solo fin quando risulterà in vita un contratto di locazione e, quindi, sarà dovuto un canone in senso tecnico.

Quando, infine, la locazione sia cessata per scadenza del termine (articolo 1596 cc) e il locatore pretenda la restituzione essendo in mora il locatario per il relativo obbligo, ovvero quando si sia verificata una qualsiasi causa di risoluzione del contratto, ivi comprese quelle di inadempimento in presenza di clausola risolutiva espressa e di dichiarazione di avvalersi della clausola (articolo 1456 cc) o di risoluzione a seguito di diffida ad adempiere (articolo 1454 cc), tale riferimento al reddito locativo non risulta più praticabile, tornando, invece, in vigore la regola generale.

 

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Anche se locatore “a sua insaputa” deve comunque pagare le imposte (Fisco Oggi)

 

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